TRA MURI E COLONIE

Intervista con il Land Research Center, partner del Cric: gli ostacoli posti dall’occupazione dal 1967 ad oggi, la perdita delle terre palestinesi e qualche modo per intervenire

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Il muro israeliano, sotto forma di rete elettrificata, nel villaggio di al-Burj, sede del progetto del Cric (Foto: Nena News)

Il viaggio dal centro della Cisgiordania verso sud, da Betlemme a Hebron, è un viaggio dentro la trasformazione delle terre palestinesi. La bypassroad 60 corre da Gerusalemme alla città che più di altre racconta l’occupazione militare israeliana, Hebron, divisa a metà al suo interno, unico caso in Cisgiordania di comunità in cui i coloni israeliani sono presenti nel suo cuore.

Ai campi di ulivi si alternano, sulle colline, le colonie. Una lunga serie di insediamenti costruiti in luoghi non certo casuali: disseminati lungo la Linea Verde (il confine ufficiale tra Israele e Territori Occupati) formano un anello, una catena, che negli anni ha ridotto drasticamente le porzioni di terre di proprietà palestinese e creato enclavi tanto grandi da essere assimilate nella pratica allo Stato di Israele. L’obiettivo, dicono qui, è l’annessione definitiva di grosse porzioni di Cisgiordania al territorio israeliano, attraverso le colonie e il Muro, altro strumento di annessione.

Se si prosegue oltre Hebron, nel profondo sud della Cisgiordania, il panorama non cambia. I piccoli villaggi e le cittadine palestinesi sono circondati dagli insediamenti israeliani, spesso su più lati. Lungo il confine sud è il Muro a separare le comunità dagli appezzamenti di terra.

La colonia di Beitar Illit circonda le terre del villaggio di Wadi Fukin, tra Betlemme e Hebron (Foto: Nena News)

La colonia di Beitar Illit circonda le terre del villaggio di Wadi Fukin, tra Betlemme e Hebron (Foto: Nena News)

Così si è realizzato nel tempo il crollo del settore agricolo palestinese, principale fonte di sostentamento per una popolazione tradizionalmente contadina. Chi monitora costantemente e fornisce strumenti legali per difendere le proprie terre è il Land Research Center (Lrc), ong palestinese indipendente nata nel 1986 dall’Arab Studies Society. Nell’ufficio ad Halhul, alle porte di Hebron, si occupano di anni di monitorare le violazioni israeliane nei Territori Occupati e gli effetti socio-economici sulla popolazione e di proporre e realizzare progetti di sviluppo del settore agricolo.

Un’attività che da venti anni condivide con il Cric, di cui è partner strategico dalla fine degli anni Novanta: «La strategia che abbiamo da subito messo in campo insieme – ci spiega Mohammed Alsalimiya, coordinatore locale del Lrc – è volta alla protezione del diritto alla terra. Una visione condivisa, che abbiamo sviluppato con numerosi progetti».

Mohammed Alsalimiya, local coordinator del Land Research Center (Foto: Nena News)

Mohammed Alsalimiya, local coordinator del Land Research Center (Foto: Nena News)

La protezione del diritto alla terra e la protezione della terra: due obiettivi considerevoli in un contesto di occupazione militare di insediamento, come oggi viene descritta quella israeliana, che insedia i propri cittadini nel territorio occupato, mangiando terre e risorse naturali alla popolazione indigena.

«Le pratiche dell’occupazione contro terre e residenti si muovono su due piani, quello militare e quello coloniale. Ad operare cioè sono sia i soldati che gli stessi coloni. Se ostacoli al movimento e all’accesso alla terra esistono anche in Area A [18% della Cisgiordania, sotto il controllo civile e militare palestinese] e Area B [22%, controllo civile palestinese e militare israeliano], è in Area C [60%, sotto il controllo sia civile che militare israeliano] che gli effetti più dirompenti dell’occupazione si realizzano. Per i proprietari palestinesi delle terre in Area C l’accesso agli appezzamenti è costantemente vietato o impedito con misure diverse. L’area può essere dichiarata zona militare chiusa, o le strade di accesso sottoposte a blocco, o ancora le terre circondante fisicamente da colonie o dal muro rendendole nella pratica inaccessibili».

«I periodi più duri sono quelli della semina e della raccolta – continua Alsalimiya – In molti casi per accedere alle proprie terre in Area C si deve chiedere un permesso al Dco, il District Coordination Office, ufficio parte della Civil Administration israeliana, ovvero l’ente preposto a gestire per Tel Aviv i Territori Occupati. Accade spesso che questi permessi non siano concessi, o siano troppo brevi, impededendo di completare la raccolta o la semina, o arrivino quando ormai la stagione si è chiusa, provocando così la perdita dell’intera produzione».

Per molte famiglie che di agricoltura vivono, perdere la raccolta annuale significa perdere i mezzi di sussistenza. Stesso dicasi per chi possiede greggi: «Le restrizioni imposte in Area C hanno sensibilmente ridotto i terreni disponibili al pascolo. In molti casi registriamo la confisca degli animali, in altri il divieto da parte israeliana ai pastori di raggiungere le zone più verdi».

La colonia israeliana di Har Homa, costruita alla fine degli anni '90 sradicando la foresta di Abu Ghneim, tra Betlemme e Gerusalemme (Foto: Nena News)

La colonia israeliana di Har Homa, costruita alla fine degli anni ’90 sradicando la foresta di Abu Ghneim, tra Betlemme e Gerusalemme (Foto: Nena News)

L’Area C finisce per essere una zona blindata, in cui le tradizionali pratiche agricole – basate sul ciclo delle stagioni – vengono annullate dalle imposizioni dell’occupazione: «Tra le misure più comuni assunte dall’esercito israeliano – aggiunge Alsalimiya – ci sono i divieti ad introdurre certi materiali o strumentazioni agricole nei campi e il rifiuto a riconoscere permessi per costruire infrastrutture agricole: le strade, il sistema idrico per la raccolta del’acqua e la sua distribuzione».

Accesso e acqua, i due elementi fondamentali per qualsiasi attività agricola, sono spesso un miraggio. Il risultato è l’annichilimento del principale settore economico palestinese, dal 1967 ad oggi: lo sviluppo delle colonie, l’impossibilità di accedere alle proprie risorse idriche, la costruzione del Muro hanno portato alla confisca diretta o indiretta delle terre più fertili della Cisgiordania. La naturale conseguenza è la fuga dalla terra.

«Negli anni ’70, ’80 e ’90 Israele ha aperto il proprio mercato del lavoro ai palestinesi dei Territori. Privati dei mezzi di sussistenza e attirati da salari più alti, in moltissimi hanno abbandonato l’agricoltura per diventare operai non specializzati nelle industrie israeliane o nel settore delle costruzioni. La terra non era più conveniente. E oggi lo si vede dai dati: l’agricoltura non è più il settore palestinese dominante, ma l’ultimo della classifica. Chi possiede appezzamenti di terre, considera il settore agricolo come un’attività complementare».

Cisterne per l'acqua, unico strumento per avere risorse idriche in Area C, nel villaggio di Dkaika, sud di Hebron (Foto: Nena News)

Cisterne per l’acqua, unico strumento per avere risorse idriche in Area C, nel villaggio di Dkaika, sud di Hebron (Foto: Nena News)

Da parte sua il Lrc tenta di porre una pezza: con progetti di sviluppo, come quelli in partneriato con il Cric, e il costante monitoraggio delle violazioni compiute da Israele, l’ong ha messo in piedi negli anni un sistema di protezione legale e di advocacy condiviso con altre organizzazioni palestinesi: «Tra le attività che svolgiamo c’è la tutela legale, accanto a uffici come St. Yves e il Norwegian Council – continua Alsalimiya – Lavorando in Area C abbiamo compreso l’importanza della prevenzione: prima di iniziare qualsiasi attività o progetto, prepariamo tutta la documentazione necessaria a controbattere agli eventuali ordini militari israeliani, che siano di stop ai lavori o di confisca dei materiali. Gli ordini militari sono l’intervento più frequente dell’occupazione e possono arrivare in qualsiasi momento».

E in qualsiasi luogo: come spiega il Lrc, vengono lasciati nei campi, non necessariamente quelli target, e quasi mai consegnati direttamente al proprietario della terra. Nel documento non si indica con chiarezza l’appezzamento per cui l’ordine è stato emesso, ma solo le sue coordinate. Visti i tempi stretti per presentare appello, il rischio è che l’ordine diventi esecutivo molto prima che il proprietario possa intervenire.

«Per ovviare a tale pratica, il Lrc ha aperto una serie di legal information desk nei comuni del distretto di Hebron, dove operano ingegneri e una strumentazione Gps. A ciò abbiamo affiancato workshop e incontri con le comunità per spiegare loro come intervenire nel caso trovino un ordine militare israeliano. In questo modo si può agire subito e presentare appello, allungando di molto i tempi dell’eventuale esecuzione dell’ordine». La stessa procedura è stata applicata al progetto in corso nel sud di Hebron, al fianco del Cric.